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L’equosolidale

Il concetto di commercio equosolidale nasce alla fine degli anni ’50 in una piccola città olandese, Kerkrade. Qui, una fondazione chiamata Sos Warelhandel, di ispirazione cattolica, lancia una campagna per la raccolta di latte in polvere a favore delle popolazioni povere della Sicilia (curioso no?).

In seguito, da informale, questa organizzazione inizia a consolidarsi e, sempre in Olanda, nel 1969, dà vita alla prima Bottega del Mondo, con prodotti alimentari e di artigianato.

Nel 1994 nasce invece Fairtrade. Si tratta di un marchio internazionale con base in Germania, di cui Fairtrade Italia è l’espressione locale (ne fanno parte anche organismi del Terzo settore come Arci, Acli, Legambiente, Banca Etica, e Ong come Focsiv, Oxfam Italia). Le organizzazioni di produttori appartenenti a Fairtrade, nel mondo, sono ben 1240. I prodotti con il Marchio di certificazione FAIRTRADE sono ad oggi più di 35mila e sono distribuiti in 140 Stati. Prodotti realizzati da circa 1,6 milioni di lavoratori in 75 Paesi.

In Italia, Fairtrade è presente dal 1994 e oggi i suoi punti vendita sono più di 5mila, con un valore del venduto pari a 76 milioni di euro.

Ma Fairtrade è solo uno degli esempi presenti nel mondo equosolidale. Esistono infatti le grandi centrali di importazione come Ctm Altromercato, LiberomondoAltra QualitàEquo Mercato e Ram, riunite nell’Agices.

Tutte queste organizzazioni sono impegnate nel “fair trade”, cioè del commercio fair. Un commercio equo che mette davanti a tutto il valore etico e sociale dei prodotti e successivamente quello ambientale.

Il commercio equosolidale si pone come obiettivo quello di evitare lo sfruttamento dei lavoratori, soprattutto nel Sud del mondo (e nelle ex colonie) con modalità diverse.

Una di queste è pagare un prezzo equo ai produttori locali. Poi, attribuire un premio, cioè un sovrapprezzo, che i produttori devono utilizzare in progetti di sviluppo sociale. Ancora, fornire ai produttori più svantaggiati un prefinanziamento e contrastare il lavoro minorile.

Grande attenzione per i diritti umani, ma anche per i valori di sostenibilità ambientale. Molti agricoltori, infatti, utilizzano il premio per convertire la propria azienda in biologica.

Le certificazioni biologiche

Una delle principali differenze che intercorre tra i prodotti biologici e quelli equosolidali risiede nel metodo di certificazione.

«Il marchio biologico – spiegava tempo fa Paolo Carnemolla, presidente di Federbio  – nasce da una normativa pubblica, che in Europa esiste da vent’anni ma che si trova anche in altri paesi del mondo, seppur con alcune differenze.

Al contrario, la certificazione dell’equo e solidale è un sistema privato, cioè è la singola associazione che garantisce il marchio che vende; sicuramente, si tratta di un sistema più elastico rispetto a quello del biologico, ma rischia anche di mostrarsi meno strutturato e trasparente».

Per entrare nel settore biologico e commercializzare i prodotti con il marchio biologico UE, le aziende agricole, agro-zootecniche e di trasformazione devono rispettare specifiche norme contenute nel Regolamento Comunitario e sottoporsi, in Italia, al controllo di un ente autorizzato dal Ministero delle Politiche Agricole Forestali.

Le certificazioni equosolidali

La certificazione equosolidale è obiettivamente più complessa di quella biologica. Le sigle che garantiscono che i prodotti commercializzati sono rispettosi delle persone che li producono sono veramente tante.

Nel nostro Paese sono principalmente due le certificazioni, corrispondenti a due loghi, per l’equo-solidale.

La prima è FLO-CERT. Si tratta di un ente di certificazione che la stessa Fairtrade International ha fondato. L’obiettivo è di verificare che produttori, trader e aziende di trasformazione rispettino gli standard imposti dal marchio.

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